Primo piano

Adrien Brody: la storia del ragazzo di Queens che ha vinto due Oscar aspettando vent’anni tra uno e l’altro

La notte del 2 marzo 2025, durante la cerimonia degli Oscar al Dolby Theatre di Los Angeles, Adrien Brody è salito sul palco per ritirare il premio come miglior attore protagonista per The Brutalist. Non era la prima volta: lo aveva già fatto nel 2003, per Il Pianista. Ma tra quei due momenti c’erano passati ventidue anni, decine di ruoli secondari, periodi di crisi professionale e personale, e una lunga serie di porte chiuse in faccia da un’industria che non sapeva dove collocarlo. Quando ha iniziato a parlare al microfono quella sera, non si è fermato per quasi sei minuti, stabilendo il record del discorso di accettazione più lungo nella storia degli Oscar. Non sembrava un attore che recitava la parte del vincitore. Sembrava un uomo che aveva aspettato a lungo quel momento e non era disposto a lasciarselo sfuggire in fretta.

Quella lunga attesa, con tutto quello che ha contenuto, è il cuore della storia di Adrien Brody. Una storia che parla di talento fuori dagli schemi, di un fisico e di un volto che Hollywood non sapeva come usare, di scelte artistiche coraggiose e di una resilienza che alla fine ha avuto ragione di tutto.

Queens, New York: un’infanzia tra fotografie e magia

Adrien Nicholas Brody nasce il 14 aprile 1973 nel quartiere di Queens, a New York. Suo padre Elliot è un insegnante in pensione, sua madre Sylvia Plachy è fotografa, figura di spicco nel mondo del fotogiornalismo americano con origini ungheresi. Figlio unico, Adrien cresce davanti all’obiettivo della madre, che lo ritrae continuamente fin dalla primissima infanzia. Come ha raccontato lui stesso in un’intervista a CBS News, quell’esposizione costante alla telecamera ha costruito in lui una naturalezza davanti all’obiettivo che si rivelerà decisiva nella sua carriera cinematografica.

Da bambino si diverte a fare giochi di prestigio, presentandosi come “The Amazing Adrien”. Poi, verso i dodici anni, la magia lascia spazio alla recitazione. Sua madre lo iscrive a corsi di teatro, e la risposta del figlio è immediata e totale. A tredici anni ottiene il ruolo protagonista in un film televisivo, Home at Last (1988), che racconta la storia del programma americano degli orfani-treno. Come ha detto Brody a CBS News, ricorda di aver pensato durante quelle riprese che non avrebbe mai voluto che finissero.

L’esordio al cinema arriva nel 1989 con una piccola parte nel film ad episodi New York Stories, prodotto da un terzetto d’autori composto da Martin Scorsese, Francis Ford Coppola e Woody Allen. Non è un caso: sin dall’inizio, Brody gravita attorno a nomi importanti. Frequenta la Fiorello H. LaGuardia High School of Music & Art and Performing Arts, la stessa scuola di Liza Minnelli e Jennifer Aniston, e poi segue brevemente corsi universitari prima di trasferirsi a Los Angeles.

Gli anni Novanta: promessa senza sbocco

Nel corso degli anni Novanta, Brody accumula una serie di ruoli in film indipendenti e produzioni di medio livello che lo tengono attivo senza portarlo alla notorietà. Appare nel film di Steven Soderbergh King of the Hill (1993), poi in Angels in the Outfield (1994) nel ruolo di un giocatore di baseball. Nel 1998 ottiene un piccolo ruolo ne La Sottile Linea Rossa di Terrence Malick, film che schiera un cast enorme ma in cui Brody vede le proprie scene quasi interamente eliminate nel montaggio finale, un’esperienza che secondo varie fonti lo segna profondamente.

Il problema non è il talento, che chi lavora con lui riconosce da subito. Il problema è che Brody non somiglia a nessuno dei modelli esistenti di leading man hollywoodiano. Come ha spiegato lui stesso a Variety, i casting agent e i dirigenti degli studios continuavano a far sapere ai suoi rappresentanti che non aveva le caratteristiche fisiche di un protagonista. Il viso angoloso, il naso pronunciato, la corporatura sottile: tutto sbagliato rispetto ai canoni dell’industria. Mentre i suoi contemporanei di generazione come Matt Damon, Ben Affleck e Leonardo DiCaprio costruivano carriere da star di prima fascia, Brody rimaneva in una zona grigia tra il caratterista e il protagonista mancato.

Il Pianista: la preparazione come atto estremo

Nel 2001 arriva la chiamata che cambia tutto. Roman Polanski lo vuole per interpretare Władysław Szpilman ne Il Pianista, la storia vera del pianista polacco di origine ebraica che sopravvisse all’occupazione nazista di Varsavia nascondendosi tra le rovine della città. Per Brody il ruolo è qualcosa di più di una semplice opportunità professionale: è una responsabilità enorme nei confronti di una storia reale e di milioni di vittime della Shoah.

La preparazione che intraprende è di un’intensità raramente vista nel cinema contemporaneo. Secondo quanto riportato da Screen Daily e CBS News, perde circa quattordici chili per ricreare fisicamente il corpo di Szpilman nelle fasi di starvation, trascorre quattro ore al giorno per mesi a studiare pianoforte per riuscire a suonare convincentemente i brani di Chopin durante le riprese, e rinuncia al proprio appartamento e alla propria automobile per isolarsi psicologicamente da qualunque comfort materiale. Vende il telefono cellulare. Si reclude dalla vita sociale. L’obiettivo è arrivare sul set avendo già attraversato, almeno in parte, l’esperienza di privazione che il personaggio ha vissuto.

Il film esce nel 2002 e ottiene un successo di critica straordinario. Brody vince l’Oscar come miglior attore il 23 marzo 2003, a 29 anni. Diventa in quel momento il più giovane vincitore nella storia della categoria, superando il record di Richard Dreyfuss. Vince anche il Premio César, diventando il secondo attore americano a ricevere il più importante riconoscimento del cinema francese. La notte della cerimonia è ricordata anche per il bacio che pianta alla presentatrice Halle Berry prima di salire sul palco, un gesto che anni dopo la stessa Berry ha dichiarato pubblicamente di non aver gradito né anticipato.

Il decennio perduto: tra ruoli di supporto e Hollywood che non chiama

Quello che ci si aspetterebbe dopo un Oscar a 29 anni è una carriera in rapida ascesa, ruoli da protagonista nelle produzioni più ambiziose, la consacrazione definitiva come star di prima fascia. Non è quello che succede ad Adrien Brody.

Le eccezioni ci sono: Peter Jackson lo vuole come Jack Driscoll nel remake di King Kong (2005), produzione da 200 milioni di dollari che è il suo più grande successo commerciale. M. Night Shyamalan gli affida il ruolo dello scemo del villaggio in The Village (2004). Woody Allen lo sceglie per interpretare Salvador Dalì in Midnight in Paris (2011), ruolo brevissimo ma memorabile. E poi c’è Wes Anderson, che lo include nel proprio repertory company stabile dal 2007 con Il Treno per il Darjeeling, segue con The Grand Budapest Hotel (2014), The French Dispatch (2021) e Asteroid City (2023).

Ma i ruoli da protagonista assoluto nelle grandi produzioni rimangono rari. Come raccontato da Variety, Brody ammette apertamente che per anni ha sentito il peso di essere un attore che Hollywood non riusciva a inquadrare. Intorno al 2016, secondo quanto riferito dallo stesso attore al Hollywood Reporter, arriva a una sorta di ritiro parziale dalla recitazione, stanco di un sistema in cui si sentiva perso. La svolta arriva in modo inaspettato dalla televisione: una partecipazione come ospite nella serie Succession gli vale una candidatura agli Emmy, e il ruolo di Pat Riley nella serie Winning Time: The Rise of the Lakers Dynasty (2022-2023) lo riporta all’attenzione del pubblico e della critica.

The Brutalist: il ritorno più improbabile

Cinque anni prima dell’uscita del film, il regista Brady Corbet si avvicina a Brody con la sceneggiatura di The Brutalist, un’opera epica di tre ore e mezza ambientata nell’America del dopoguerra. Come racconta Screen Daily, il ruolo di László Tóth, architetto ungherese di origine ebraica sopravvissuto all’Olocausto che emigra negli Stati Uniti cercando di ricostruire la propria vita e la propria carriera, era inizialmente destinato a un altro attore. Brody lo viene a sapere, aspetta e nel momento in cui la situazione si sblocca accetta senza esitare.

Il personaggio ha una risonanza personale molto profonda per lui. Come ha spiegato a Variety, la storia di Tóth parla di immigrazione, di identità, di un artista che cerca di sopravvivere in un sistema che non è stato costruito per lui. Brody, figlio di una fotografa con radici ungheresi, trova nel personaggio echi della propria storia familiare e della propria esperienza nell’industria cinematografica.

La preparazione è di nuovo intensa, anche se diversa rispetto a quella de Il Pianista. Brody studia architettura brutalista, impara alcune parole di ungherese per le scene in lingua originale, e lavora fisicamente per costruire la trasformazione del personaggio nell’arco dei trent’anni che il film copre. Una nota di colore riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale: il montatore del film ha dichiarato in un’intervista che la tecnologia è stata usata per migliorare l’accento ungherese di Brody e della co-protagonista Felicity Jones in alcune scene, una dichiarazione che ha generato una certa polemica durante la stagione dei premi.

Il film esce nel 2024 distribuito da A24 e ottiene dieci candidature agli Oscar, tra cui miglior film, miglior regia e miglior attore protagonista. Brody vince quasi tutti i premi della stagione: Golden Globe per il miglior attore in un film drammatico, BAFTA, Critics Choice Award. Il 2 marzo 2025, sul palco del Dolby Theatre, arriva il secondo Oscar.

Il discorso più lungo della storia degli Oscar

Quei cinque minuti e quaranta secondi sul palco degli Oscar 2025 dicono qualcosa di preciso su chi è Adrien Brody. Come riportato da Yahoo Entertainment, il suo è il discorso di accettazione più lungo nella storia degli Oscar moderni, superando il precedente record di Greer Garson del 1942. Brody chiede all’orchestra di non suonarlo via, promette di non essere eccessivo e poi parla a lungo: ringrazia il regista, la produzione, i colleghi attori, la sua compagna, la sua famiglia. Ma soprattutto dice qualcosa che molti attori pensano e pochi dichiarano apertamente, come riportato da France24: che la recitazione è una professione fragile, che sembra glamour ma non lo è quasi mai, e che non importa cosa si è ottenuto perché può sparire in qualunque momento.

Non è retorica da cerimonia. È la sintesi di ventidue anni trascorsi tra un Oscar e l’altro a imparare quella lezione nel modo più diretto possibile.

L’uomo oltre l’attore

Fuori dal set, Brody è noto per una serie di passioni che coltiva con la stessa intensità che porta nel lavoro. Come ha raccontato a CBS News, dipinge, suona musica, cucina. La pittura in particolare è qualcosa di cui parla con grande calore, un’attività che considera un prolungamento naturale del lavoro creativo dell’attore. Vive da diversi anni in una relazione con la stilista Georgina Chapman, ex moglie del produttore Harvey Weinstein, e i due sono stati fotografati insieme in numerose occasioni durante la stagione dei premi 2025.

Vive tra New York e Los Angeles, mantenendo un legame forte con Queens, il quartiere in cui è cresciuto. Ha da sempre una particolare attenzione per i temi legati alla memoria della Shoah, un impegno che attraversa la sua carriera da Il Pianista a The Brutalist passando per numerose dichiarazioni pubbliche.

Cosa viene dopo

Con il secondo Oscar in tasca e una nuova reputazione consolidata come uno degli attori più completi della sua generazione, Brody si trova in una posizione che non ha mai occupato prima nella sua carriera: quella del nome di richiamo assoluto, dell’attore cui i registi più ambiziosi pensano per prime per i ruoli più difficili.

I progetti post-Brutalist non sono ancora stati annunciati ufficialmente, ma la domanda attorno al suo nome è altissima. Quello che è certo è che Brody non cambierà il proprio approccio al lavoro: come ha detto in più occasioni, non ha mai scelto i ruoli in base alla visibilità o al budget della produzione, ma in base alla profondità del materiale e alla qualità della collaborazione creativa. È questa coerenza, mantenuta anche nei momenti in cui avrebbe potuto cedere a logiche più commerciali, la chiave per capire perché il suo secondo Oscar sia arrivato con una forza e una credibilità che il primo, pur straordinario, non aveva avuto il tempo di costruire.

Adrien Brody ha impiegato ventidue anni a tornare sul palco degli Oscar. Ne è valsa la pena per lui. E per chiunque abbia guardato.

Carolina Valdinosi

Recent Posts

Harry Potter torna su HBO: uscito il primo trailer della serie, in arrivo a Natale 2026

Il momento che milioni di fan attendevano da anni è arrivato oggi, 25 marzo 2026.…

21 ore ago

Marlon Brando: biografia, carriera e film dell’attore che ha rivoluzionato il cinema

Biografia completa di Marlon Brando, uno degli attori più influenti della storia del cinema. Vita,…

3 settimane ago

Stefano De Martino, biografia, carriera e vita privata: dalla scuola di Amici ai programmi Rai

Biografia completa di Stefano De Martino: dalla danza ad Amici fino al successo in TV,…

4 settimane ago

Bad Bunny: biografia, carriera e curiosità sul fenomeno globale

Vita, carriera, successi e curiosità su Bad Bunny, il re del reggaeton che ha rivoluzionato…

1 mese ago

Marilyn Monroe: vita, misteri e mito senza tempo

Marilyn Monroe tra successo, fragilità e leggenda: la vera storia dell’icona più amata del Novecento.…

2 mesi ago

Valentino Garavani: biografia, carriera e stile di un’icona

La vita e la carriera di Valentino Garavani: dagli inizi a Voghera alla haute couture,…

2 mesi ago